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Bitossi e il Genoa, un viaggio nel tifo che fa “stare male bene”

Michele Bitossi racconta la sua passione per il Genoa nel libro “E se poi guarisco?”. Un’analisi del tifo come malattia da cui non si vuole guarire, tra ricordi personali e storie condivise.

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Michele Bitossi analizza la sua passione per il Genoa nel libro “E se poi guarisco? Viaggio sentimentale di un tifoso in crisi”. In un’intervista a esquire.com, l’autore esplora il significato del tifo, descrivendolo come un legame profondo che intreccia ricordi personali e una devozione quasi irrazionale.

Un amore che fa “stare male bene”

Il libro si sviluppa come un percorso attraverso l’ossessione di Bitossi per i colori rossoblù. L’autore usa l’espressione “Come sono stato male bene” per sintetizzare la natura contraddittoria del tifo, una condizione che genera sofferenza ma dalla quale un vero appassionato non desidera liberarsi. Questo viaggio sentimentale si snoda tra trasferte, sconfitte e una profonda nostalgia.

Il legame tra padri, figli e stadio

Bitossi ha spiegato come le storie che lo hanno colpito di più nel suo libro riguardino spesso il rapporto con la figura paterna. Un tema che lo tocca da vicino. L’autore ha infatti rievocato il ricordo di suo padre in lacrime fuori dallo stadio di Marassi dopo la retrocessione del 1984, un momento in cui lui, bambino, gli stringeva la mano in silenzio.

Questo filo conduttore emerge anche nei racconti degli altri protagonisti del libro. Bitossi ha citato l’aneddoto di Giovanni Francesio, il quale ha raccontato di aver visto suo padre perdere il controllo per la prima e unica volta durante uno spareggio del Mantova, ritirandosi nel sottopassaggio per non assistere ai calci di rigore.